Ventuno.

Ventuno.

Scatta la mezzanotte, scatta l’esistenza tutta.

Non ci sono tante parole per spiegarlo, solo quelle giuste: sei un’altra persona. Sembra impossibile, sembrano i soliti discorsi, ma invece non sembra: è proprio così. Non ci avrei mai creduto e speravo che la mia corazza di ferreo raziocinio mi avrebbe protetto da qualsivoglia intrusione da parte dei luoghi comuni; la verità è che lo ha fatto, non sono impressioni o condizionamenti: sono emozioni reali.

Per meglio dire, non – sono emozioni, perché quello che si prova una volta raggiunti i ventun anni di età è solo un assordante vuoto dentro. Un mistico silenzio dell’interiore, come un sospiro. Una pausa.
Soffi le candeline, ma questo respiro non si esala, rimane. Diventa sempre più ingombrante all’interno del petto, fino a quando la sua presenza non si diffonde in tutto il corpo: «buon compleanno», sembra sussurrarti mentre comprendi che è l’età che si sta prendendo questo spazio.
Si distende su tutti i muscoli, nella comprensione di non essere più in un corpo immaturo; su tutte le forze ed insicurezze, nella presa in mano di quello sei; in ogni angolo della tua coscienza, a ricordarti febbrilmente del passato e del domani: quello che sei stato finora, quello che sarai.

Poche cose sono belle come la totale presenza emotiva e intellettiva dell’esperienza e vivere questi momenti cambia il vissuto delle altre: è difficile non essere più ciò che ci ha fatto sentire di essere davvero. Più esperienze si fanno di questo tipo e più siamo reali, più abbiamo esperienza dell’egosintonia.

Compiere ventun anni è quindi particolarmente intenso, perché è come se si rivivesse in sintesi tutto quello che si è vissuto nel passato e che si sta vivendo nel presente, ma con questo spirito, con questa disposizione interiore, ed ha un impatto di dimensioni enormi, perché è difficile (non impossibile e questo è un rischio) dimenticarsi lo schiaffo che l’esperienza della nostra essenza ha su di noi.
Non è un’esperienza cupa, né particolarmente spiacevole, ma strana, solo strana ed a tratti un po’ imbarazzante. Come vivere un ricordo molto passato, incontrare una persona dopo tanto tempo, salutare una ex: è esperienza di te, vissuto del personale. Quello che comporta è sbattere sulla consapevolezza del sé, vedersi e viversi in modo distaccato, oggettivo. Quel che viene dopo è caratteristica della situazione particolare: tutto può disciogliersi in una lacrima per quel vecchio sorriso di mamma, in un’amicizia ritrovata o in una trombata senza senso. Quando compi ventuno anni, invece, non succede niente! Rimane tutto dentro, in sospeso.

Ma alla fine, cos’altro dovrebbe succedere?

Esattamente questo è il punto.

Se non succede niente dopo una presa di consapevolezza così forte, a seguito dell’esperienza del personale e del proprio vissuto, vuol dire che è l’esperienza stessa a rappresentare il dopo. Cioè esistere, essere: i ventun anni sono vivere in un attimo ciò che si è davvero e tornare poi più vicini a questo di quanto si fosse prima della mezzanotte.
Cioè crescere, crescere davvero.

Allontanandosi ora da quelle costruzioni linguistiche piuttosto celebrali, nel pratico tutto questo cosa significa?

Non lo capisci subito, ma pian piano, mentre le giornate continuano come se non fosse successo nulla; ti colpisce quando meno te lo aspetti, mentre fai le solite cose.
Le solite cose, ma in modo diverso. Come se fossi diventato più personale nell’agire: avendo fatto conoscenza intuitiva di ciò che sei, è difficile non tornare con la mente a quell’esperienza; è difficile comportarsi in modo diverso rispetto al modo in cui hai capito che ti saresti voluto o dovuto comportare ripensando a tutte le occasioni simili che hai vissuto. Ecco quindi che semplicemente il tuo agire si allinea sempre di più con la sintesi che hai vissuto compiendo ventun anni, sempre di più con ciò che probabilmente sei davvero.

Non confondiamoci: i ventun anni non c’entrano nulla, sono solo uno dei tanti numeri che utilizziamo per scandire il tempo. Se usassimo degli anni lunghi la metà, tutto questo succederebbe a quarantadue anni, non a ventuno; si tratta di quello che si vive dentro, non di quello che c’è scritto su un pezzo di carta.

Se questo è vero, allora, non è nemmeno detto che avvenga per tutti alla stessa età; in effetti, non lo è, però a molti succede proprio a ventun anni ed il perché ricade, ancora, sul fatto di rappresentare una certa tappa del percorso personale. Da una parte abbiamo il cammino disegnato dalla propria struttura sociale che scandisce i tempi di inizio e fine delle varie attività ed esperienze degli individui, e dall’altra abbiamo il cammino individuale di ogni persona: a ventun anni la società richiede obbligatoriamente di fare un confronto più profondo rispetto a quello che avviene duranti gli altri compleanni.
Ad essere sinceri, sono successe cose paragonabili una volta compiuti i sedici ed i diciotto anni, succederanno anche in seguito, e probabilmente è solo percezione di una maggiore complessità a definire il più profondo, perché negli altri due casi si tratta di fare esperienze sempre più reali, ma comunque piuttosto insignificanti: dai sedici si comincia a fare i conti davvero con l’altro, a diciotto si comincia a fare i conti con noi stessi.

A ventuno si smette di contare, si fanno gli integrali.
Si svolgono calcoli di una complessità non paragonabile: si ragiona sulla vita vera, quella che ci porterà ad essere dei venticinquenni in viaggio verso i trenta.

Si parte da qui, da questa strana età, per il viaggio forse più bello di tutti.

Non è certamente un caso che si parta da qui, perché a quest’età si possono cominciare a fare le prime sintesi significative di quello che abbiamo vissuto nello spirito fino a questo momento: a partire dalle scelte universitarie fino a quelle degli amici, passando per le ragazze, gli amori, un sacco enorme di sbagli e mille paurose speranze per il futuro. A quest’età cominciamo, quindi, a conoscerci davvero e se siamo stati un minimo attenti negli anni passati, c’è una certa probabilità che si inizi ad essere felici in modo autentico come quando si era bambini, a percepire dentro quella serenità che ci apparteneva quando non sapevamo che esistesse una strada giusta da percorrere.

A ventun anni si ritorna un po’ bambini, perché si può sorridere come all’ora, felici di essere sulla strada giusta, che nel frattempo abbiamo capito esistere, non senza un certo numero di passi falsi, di errori, pianti e cambi di direzione.

Infine, a ventun anni, si può bere in tutto il mondo… Alla salute, buon compleanno bamboccio!