La vita è piena di quei momenti.

Mi fermerei qui se non avessi deciso di pubblicare almeno un articolo al mese; mi fermerei esattamente in questo momento, perché stavolta si parla della crescita e costringersi a pensare al proprio percorso dall’inizio è una fatica veramente estenuante. Il problema? Lo faccio spesso, ecco perché spesso non ho voglia di uscire la sera.

Come si potrebbe non farlo del resto! Insomma, non è possibile andare sempre a diritto in ogni cosa che uno fa, senza fermarsi a riflettere sulla natura delle proprie azioni, sul passato, sul futuro o sul perché non ci siano più le foglie colorate in mezzo alle strade. Fermarsi a pensare è un dovere morale nei confronti del proprio benessere psicologico; farlo così spesso, invece, è dannatamente criminale.

Riflettere sul proprio percorso di crescita è l’apoteosi della sega mentale: possiamo passare un numero infinito di ore a farlo, senza arrivare da nessuna parte, persi esclusivamente nei propri ricordi e nelle emozioni che questi suscitano. Non è come scervellarsi su una questione particolare seguendo la propria ansia, come potrebbe succedere una volta tornati da una serata o da una cena, situazioni in cui, una volta a casa, analizziamo parola per parola quello che è avvenuto nelle poche ore precedenti, perdendoci in mille cosa avrà voluto dire, cavolo che gaffe, è proprio un coglione. Qui stiamo parlando di tutto un altro livello di angoscia esistenziale: stiamo ripercorrendo ogni momento della nostra vita, situazione per situazione. Questo vuol dire che ci perdiamo nelle situazioni reali che ricordiamo, in quelle che ricostruiamo essendocele dimenticate e in quelle che queste scaturiscono nell’immaginazione, per poi incastrarci dentro tutte le possibili combinazioni comportamentali che abbiamo o che avremo potuto manifestare, seguendo alla cieca la direzione verso cui queste ci conducono. Il punto è che la mente non distingue particolarmente bene un contenuto reale da uno semplicemente immaginato e questo vuol dire miliardi di neurotrasmettitori a giro per l’organismo: in pochi minuti abbiamo più epinefrina a giro di uno spartano alle Termopili, più dopamina di un romano a fine banchetto ed i coglioni più girati di un operaio che rifà le strade il 20 di agosto, alle due del pomeriggio.

Oggi, invece, è uno di quei momenti.

Quelli in cui rimani senza parole, quelli in cui il rombo dei pensieri cessa di far tutta quella confusione. Uno di quei momenti in cui semplicemente cresci, in silenzio, dopo uno scatto; in cui, in un secondo, sei lontano anni luce da ciò che eri.

Una lontananza paragonabile a quella che distanzia dai ricordi decisamente passati, e che percepiamo così per ovvie ragioni, rispetto invece a cose che fino a poco tempo fa avevano un’importanza fondamentale nella nostra vita; è come se, in uno spazio temporale inconscio sorprendentemente breve, avvenisse un’elaborazione assoluta di qualche tema ricorrente o elemento molto importante per la persona. Probabilmente ha a che fare con qualcosa che Piaget illustrava nel meccanismo di risoluzione del disequilibrio cognitivo, realizzato attraverso i processi di assimilazione ed accomodazione (invarianti funzionali), ovvero come una forte esperienza, magari il vivere in prima persona proprio quella paura ricorrente e totalizzante che si sperava di non dover affrontare mai, crei una tensione cognitiva tale da far evolvere la mente in qualcosa di diverso (stadio), attraverso uno sforzo di riequilibrazione che coinciderebbe al momento di silenziosa ed inconscia crescita: è un evoluzione qualitativa dell’esperienza psicologica verso qualcosa di positivo, o comunque percepito come una tappa inevitabilmente successiva del percorso di naturale sviluppo.

Se la vita è piena di questi momenti, solo quando vivi davvero si manifestano; non succedono e basta, ne abbiamo esperienza solo quando siamo nella realtà, presenti e consapevoli. Quando in macchina non spariamo la musica, quando, nei silenzi, non ci rifugiamo nella giungla delle notifiche: dipende dalla presenza del cuore, dalla forza dell’anima di affrontare la vita. Testa alta e braccia aperte.

Davanti allo stipendio più alto dopo mesi di duro lavoro, ho taciuto; davanti alla svista costata più salata di tutte, ho taciuto; di fronte, viso contro viso, alla paura mia più grande, ho taciuto; con il frutto di una passione tra le mani, ho taciuto; davanti a quel sorriso conquistato dopo un’interminabile guerra, ho taciuto.

In silenzio, sono cresciuto.

Si vive per questo, del resto, per accrescere l’esperienza psicologica, attraverso l’esplorazione e l’esperienza, nel perseguimento di quel concetto che abbiamo riassunto nella parola “felicità”. Senza questi momenti in cui si comprende sempre di più come girano, o non girano, gli ingranaggi della vita, non potremmo avere idea della nostra condizione e della distanza che ci separa da quella meta: crescere vuol dire comprendere dove si era, dove si è e quanto manca, quanto ancora si debba crescere.

Tanto, sempre fortunatamente tanto.